Questione meridionale

A. Gramsci La questione meridionale
Roma, 2005

Per Gramsci la “questione meridionale” è tutt’altro che un fatto economico o latu sensu sociale. E’ un fatto politico e storico. Politico perché riguarda una serie di opzioni strategiche alternative da cui ne va della politica nazionale; storico non solo perché le sue radici affondano molto indietro nel tempo, ma perché ha segnato per il passato la storia del Paese e dalla sua soluzione dipende il futuro dello stesso.
La recente ripubblicazione degli scritti di Gramsci sull’argomento[1], tutti testi pre-carcerari (1919-1926), offre l’occasione per affrontare un tema tanto noto quanto spesso travisato da decenni di letture ortodosse.
Per Gramsci la “quistione meridionale” è terreno di scontro fra “egemonie”. Ecco subito la parola-chiave, quella che impropriamente è stata per lo più considerata esclusiva della prosa dei Quaderni e aveva invece una connotazione sufficentemente chiara e comunque fondamentale già prima.
Scontro di egemonie significa senz’altro scontro politico, fra diversi progetti di sviluppo del Mezzoggiorno e di governo del paese.
Il primo dato che emerge già negli scritti più precoci, del 1919, è che il movimento operaio in Italia non era stato storicamente capace di esprimere una sua egemonia. Era mancata una politica autonoma e matura dei ceti più poveri.
Così il contadino si era per lo più percepito come “servo della gleba” di fronte ad un “signore” medievale ed era stato capace di opporgli solo il “brigantaggio” o forme di “terrorismo elementare”[2].
La prima guerra mondiale aveva costituito uno spartiacque. Aveva imposto tempi di adeguamento forzoso ai ritmi della modernità. Già nella Russia dei soviet, dove masse di contadini per secoli servi, erano state protagoniste della rivoluzione, ma anche in Italia. La “vita in comune in trincea” aveva favorito quella fraternizzazione fra operai e contadini che per Gramsci era il presupposto di ogni nuova politica socialista.
Questo è il punto. Già all’altezza del 1919 Gramsci aveva chiaro che ogni possibile futura “egemonia” di sinistra implicava l’unità di operai e contadini, l’unica capace di portare questi ultimi oltre una condizione di isolamento, passività, vocazione al “tumulto incomposto” e al “disordine caotico”.
Ma non solo ai contadini si chiedeva un passo in avanti. Anche agli operai. Che dovevano abbandonare le posizioni subalterne e corporative del riformismo settentrionale, per mostrarsi capaci di un progetto egemonico maturo.
Se i contadini meridionali dovevano abbandonare una tradizione di sterile ribellismo, gli operai del Nord dovevano abbandonare ogni forma di “collaborazione coi partiti borghesi”[3], cioè dovevano denunciare il trasformismo giolittiano, il patto Turati-Giolitti. Questa la ragione, tutta politica e niente affatto ideologica, della critica gramsciana al riformismo.
Poi era venuto il fascismo. Il ‘blocco storico’ che il liberalismo aveva realizzato ‘con le buone’, Mussolini lo realizzò ‘con le cattive’. L’integrazione delle masse popolari nello stato centralizzato fu perseguita in forme autoritarie ma, notava acutamente Gramsci, all’insegna di una continuità di fondo con il vecchio trasformismo dell’Italia liberale.
Per questo nei primi anni del regime Mussolini finse di mantenere le forme costuituzionali, perché voleva irretire personalità potenzialmente refrattarie (come De Nicola, Orlando, Amendola, lo stesso Giolitti), continuando ad “applicare la tattica giolittiana” di sussunzione subalterna delle masse[4].
Il fascismo come giolittismo autoritario.
Nell’importante saggio La crisi italiana del settembre 1924 (nel pieno del turbinoso periodo successivo all’omicidio Matteotti) Gramsci approfondirà la formazione del nuovo blocco autoritario; definirà la “marcia su Roma” la “parata coreografica d’un processo molecolare /corsivo mio/ per cui le forze reali dello Stato borghese (esercito, magistratura, polizia, giornali, Vaticano, massoneria, corte, ecc.) sono passate dalla parte del fascismo”[5]. Notare il concetto di “processo molecolare” che, come “egemonia”, ritornerà sistematicamente nei Quaderni, a conferma della continuità di un pensiero in evoluzione, in cui appunto il motivo della composizione e scomposizione di blocchi sociali e politici è un criterio decisivo ed esaustivo per l’intelligenza della politica e della sua storia.
Il punto è che a questo blocco ne andava contrapposto un altro. Alternativo e centrato sull’unità operai-contadini, pena il ricadere nel “fallimento della rivoluzione degli anni 1919-‘20”. Gramsci aveva appreso la lezione dei Consigli.
Ebbene nella costruzione del nuovo blocco, centrale era la questione contadina, perché il proletariato industriale in Italia era “una minoranza della popolazione” ed aveva bisogno di alleati. Che erano anche il ceto medio e i “tecnici”, ma soprattutto appunto i contadini.
Se quelli del Nord avevano comunque una tradizione di organizzazione e di peso politico (Gramsci ricorda i “contadini cattolici” e il ruolo svolto “dall’Azione cattolica e dall’apparato ecclesiastico in generale”), al Sud la situazione era particolare, il Meridione rappresentava “come una immensa campagna di fronte all’Italia del Nord, che funziona come una immensa città”[6]. In questo senso la “quistione meridionale” era una peculiare “quistione nazionale”; perché ne andava del futuro del Paese, del modo in cui riformulare i rapporti città-campagna, industria-agricoltura, ricchezza-povertà.
Tornava il problema dell’“egemonia”. Se il recente “passaggio in massa della piccola borghesia meridionale al fascismo” aveva integrato il nuovo blocco autoritario, ecco che al movimento operaio toccava rivolgersi ai contadini meridionali “per sottrarli definitivamente all’influenza borghese agraria” e proprorre una diversa prospettiva, diverse alleanze, una diversa “egemonia”.
La politica per Gramsci è sempre lotta ovvero alternativa di “egemonie”.
Nel celebre scritto, interrotto per l’arresto di Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale, si partiva proprio dalla “egemonia del proletariato”, cioè dal “sistema di alleanze” indispensabile perché “il proletariato possa diventare classe dirigente e dominante”[7]. Il proletariato “poteva costruire il socialismo” solo se riusciva a rappresentare “la maggioranza della popolazione”, a cominciare dai “contadini e dagli intellettuali”.
Per questo era indispensabile e preliminare una critica serrata dei grandi intellettuali meridionali, da Benedetto Croce a Giustino Fortunato. Essi avevano infatti avuto una funzione rilevante. Avevano svolto una funzione di supplenza rispetto alle grandi organizzazioni politiche che al Sud erano mancate. L’“altissima funzione ‘nazionale’” di questi intellettuali era consistita nel fungere da “intermediari” fra grandi proprietari terrieri e lavoratori delle campagne: avevano “distaccato gli intellettuali radicali del Mezzogiorno dalle masse contadine, facendoli partecipare alla cultura nazionale ed europea, ed attraverso questa cultura li avevano fatti assorbire dalla borghesia nazionale e quindi dal blocco agrario”[8].
Ecco dunque i termini della contro-egemonia a cui il Partito comunista era chiamato: fare del “proletariato urbano” il “protagonista” di un nuovo “blocco storico” che porti gli intellettuali e i contadina dalla parte di chi vuole ovviare a quella “grande disgregazione sociale” che storicamente è stato il Mezzogiorno d’Italia.
Fabio Vander
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[1] A. Gramsci, La questione meridionale, Roma, Editori Riuniti, 2005.
[2] Gramsci, Operai e contadini (agosto 1919), ivi, p. 74.
[3] Gramsci, Operai e contadini (febbraio 1920), ivi, p. 91.
[4] Gramsci, Il Mezzogiorno e il fascismo (marzo 1924), ivi, p. 98.
[5] Gramsci, La crisi italiana (settembre 1924), ivi, p. 118.
[6] Gramsci, La relazione di Gramsci al III Congresso del Partito comunista d’Italia (Lione) (febbraio 1926), ivi, p. 149.
[7] Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale (1926), ivi, p. 159.
[8] Ivi, p. 186.

Pasquale Padula –
Gaetano Salvemini e la questione meridionale

Esiste ancora la questione meridionale? Questa domanda, di sicuro, può essere considerata insidiosa ma non retorica non fosse altro perché la questione meridionale è entrata, con forza, in quell’elenco che include tutte le tematiche ricorrenti. Seguendo il magistero tramandatoci da Norberto Bobbio, si possono considerare ricorrenti quei temi che continuano ad essere proposti e discussi, analizzati e studiati.
Considerare, oggi, la questione meridionale un tema ricorrente è un fatto che, di certo, non avrebbe riscosso, in colui che con maggiore intensità quella questione la sollevò, alcuna forma di compiacimento. Probabilmente ci si sarebbe dovuti accontentare di un sorriso, di un sorriso amaro però, di quei sorrisi che solo un pazzo malinconico avrebbe potuto elargire.
È chiaro che le labbra deluse a cui si sta facendo riferimento sono quelle di Gaetano Salvemini, e questo perché il meridionalismo è stato presente in ogni sua pagina, in ogni suo giudizio, in ogni suo pensiero; attorno ad esso ruotavano tutte le sue polemiche e le sue critiche.
Il pensiero che Gaetano Salvemini ha elaborato fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli inizi del Novecento rappresenta, di certo, uno dei contributi più lucidi e lungimiranti che la classe politica ed intellettuale di quegli anni sia riuscita a produrre. In un’epoca in cui l’Italia viveva una profondissima crisi politica, sociale ed economica, Salvemini ha anticipato molti dei suoi contemporanei nell’analisi e nella proposta di risoluzione dei più gravi problemi che travagliavano l’Italia.
Le numerose battaglie che Salvemini ha combattuto nei primi anni del Novecento, rappresentano un importantissimo patrimonio per il mondo delle idee politiche. Salvemini è stato un grande studioso e un grande maestro di vita e di impegno etico-politico. Il ruolo da lui ricoperto è oramai da molti riconosciuto anche se  oggi, come del resto allora, il suo pensiero non è ancora sufficientemente conosciuto.
E dunque, dicevano, che non avrebbe fatto piacere allo storico pugliese il ritrovare, a distanza di circa cento anni, la questione meridionale ascritta in quell’elenco che indica chiaramente che la questione è ancora presente,  è ancora viva, in altri termini, è ancora irrisolta. L’amore che Salvemini nutriva per i meridionali fu forte al punto da influenzarne tutte le scelte; e la questione meridionale era da lui considerata l’irrinunciabile punto da cui partire per lo sviluppo dell’Italia intera. Salvemini aveva infatti chiaro, così come sostiene Gaetano Arfè, che “il nodo dei problemi che andava sotto il nome di questione meridionale, diventava la condizione pregiudiziale per la trasformazione dell’Italia in un paese civile, ed il banco di prova quindi dei partiti che si ponevano come partiti di audace rinnovamento o rivoluzione”[1]. E  Salvemini, infatti, considerò la questione  meridionale come punto di confine fra la corruzione e lo sviluppo dell’Italia.
E’ questo, quindi, il motivo per cui ogni sua azione ed ogni suo scritto furono volti alla risoluzione di un unico problema: quello della disparità fra il Nord e il Sud d’Italia.  E’ importante tenere presente che, a parere di molti studiosi, le condizioni di squilibrio fra il Nord e il Sud  erano dovute ad una serie di fattori non superabili che ponevano il Sud in una posizione di insanabile inferiorità rispetto al Nord. Infatti, come scrive Lelio Basso, “le spiegazioni positivistiche, scientifiche, della maggioranza degli scrittori di cose meridionali, attribuivano la causa dell’inferiorità sociale del Mezzogiorno a fatti naturali come il clima e la razza, contro cui sarebbe stato vano lottare”[2]. E’ ovvio che considerazioni di questo tipo furono fatte in funzione di un disinteresse sprezzante per le condizioni del Meridione. Analizzandola, la posizione di Salvemini è di totale contrasto: “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; […] spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti”[3]. In realtà, la posizione di Salvemini è  storicamente documentata; è confermata, infatti, la tesi secondo cui l’arretratezza del meridione era dovuta a minori opportunità  di sviluppo del Sud rispetto al Nord. Allora, come per troppi aspetti ancora oggi, il Nord rappresentava il centro degli interessi economici, e quindi la zona su cui maggiormente investire.
“I paesi dell’Italia meridionale si possono dividere in due grandi classi: paesi di grandi e paesi di piccola proprietà”[4]. Il Meridione, a parere di Salvemini, soffriva di tre malattie: lo Stato accentratore, l’oppressione economica del Nord ed una struttura sociale semifeudale. Le prime due, generate da politiche protezionistiche ed autoritarie, permettevano al Nord di opprimere il mezzogiorno. Cosa strana è che, quando si unì l’Italia, il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti; l’unità, quindi, ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare gli interessi dei debiti contratti dai settentrionali. Infatti la ripartizione del carico fiscale era estremamente iniqua e “faceva sì che l’Italia settentrionale, la quale possedeva il 48% della ricchezza del paese, pagava meno del 40% del carico tributario, mentre l’Italia meridionale, con il 27% della ricchezza pagava il 32%”[5]. L’Italia meridionale, quindi, dava senza ricevere, poiché tutti gli investimenti, come quelli destinati all’esercito ed alle ferrovie, erano concentrati prevalentemente nel settentrione. “L’Italia meridionale – scrive Salvemini – deve oggi comprare dall’Italia del Nord  i prodotti manifatturieri ai prezzi, che gli industriali si son compiaciuti di stabilire […]; viceversa non può vendere al Nord le sue derrate agricole, perché le tariffe ferroviarie rendono impossibile la circolazione delle merci di gran volume e di basso prezzo quali sono appunto i prodotti dell’agricoltura meridionale”[6]. Quindi, le tasse ed i dazi sui prodotti agricoli, ben “dieci volte superiori a quelli dei prodotti manifatturieri”[7], impedivano in Italia il commercio dei prodotti meridionali, esclusivamente agricoli. “Così – accusa Salvemini – noi assistiamo allo spettacolo che i limoni si pagano cinque a soldo a Messina e due soldi l’uno a Firenze, e un litro di vino costa venti centesimi a Barletta e cinquanta a Lodi”[8]. Dunque le tasse ed i dazi furono stabiliti con un unico scopo: sviluppare il mercato del Nord e rendere non concorrenziale quello del Sud. Gli industriali settentrionali poterono accordarsi con il governo a loro piacimento tanto che Salvemini, sarcasticamente, scrive così: “[…] e meno male che in Lombardia sono scarsi i vigneti, e che i proprietari lombardi non sono minacciati, come  i piemontesi dalla concorrenza dei vini meridionali: se questo fosse, noi vedremmo anche in Lombardia le amministrazioni comunali, dominate dai proprietari, istituire dazi differenziali a danno dei vini a forte gradazione alcolica (meridionali) in modo da rialzarne artificialmente i  prezzi più che non sieno rialzati dalle tariffe ferroviarie, e restringerne il consumo a tutto vantaggio dei vini locali”[9]. Da qui il rammarico sconsolato di un Salvemini alla continua ricerca di una via d’uscita; un provvedimento, una riforma che avesse creato i presupposti di una concorrenza onesta nel commercio italiano ed internazionale. “Potessimo almeno le nostre merci venderle fuori dall’Italia […] Ma le nazioni straniere, non potendo per le tariffe del 1887 venderci i loro prodotti industriali – ché il monopolio di questi se lo sono attribuito gl’industriali del Nord – non vogliono saperne naturalmente dei nostri vini, dei nostri ortaggi, della nostra frutta dei nostri agrumi[10].
Per meglio spiegare la terza “malattia”, la struttura sociale semifeudale, Salvemini ricorda che la società meridionale era distinta in  tre classi sociali: la grande proprietà, la piccola borghesia e il proletariato agricolo.
Ora, il potere incontrastato dei latifondisti, impediva la formazione di una borghesia moderna come quella presente nel Nord, e che sola avrebbe permesso lo sviluppo e la democratizzazione del meridione. Salvemini, inoltre, faceva notare come il potere delle prime due classi fosse forte al punto da influenzare e manipolare la vita politica e sociale del meridione. Questa analisi, ovviamente, è salveminiana, cioè dura e spietata; ma utile poiché lascia intendere al lettore quanto egli realmente conoscesse la situazione meridionale.
La grande proprietà, antichissima nelle sue dinastie, era riuscita a superare indenne tutti i vari cambiamenti di regime restando sempre in sella, ed aveva “fatto sì che il Risorgimento risultasse nel Mezzogiorno non una rivoluzione, ma una corbellatura, ed [era] e sarà pronta sempre a vestire nuove livree pur di difendere il suo potere fino all’ultimo sangue”[11]. A parere di Salvemini, il potere della grande proprietà sarebbe rimasto forte perché risulta essere coordinato, oltre che appoggiato dalla piccola borghesia con cui  si era creato un solido legame di cooperazione. “I due alleati si distribuiscono, da buoni amici, il terreno da sfruttare”[12]. Dunque, i latifondisti si adoperavano perché nulla cambiasse. Ogni  loro azione era volta al mantenimento di quei vecchi privilegi ormai perduti in ogni altra parte dell’Italia. Come scrive Giuseppe Bedeschi: “i latifondisti e la grande proprietà fondiaria erano indenni dai mali che affliggevano il Mezzogiorno, ed erano i veri beneficiari dello status quo, che perciò essi erano pronti a difendere con le unghie e con i denti”[13]. Sarebbe necessario ricordare che i grandi proprietari non erano neppure oppressi dalle tasse. Ad esempio, posto che nel sistema tributario meridionale aveva grossa consistenza il dazio sul consumo, i latifondisti pagavano poche tasse perché il calcolo era fatto non in base a quanto il terreno avrebbe potuto produrre, ma a quanto in realtà produceva. E poiché i terreni producevano poco, poco pagavano. “Se  i grandi proprietari non erano oppressi dalle tasse, – scrive Bedeschi – in compenso essi e soltanto essi si giovavano dei dazi di importazione sul grano, che costituivano un grosso tributo annuo pagato dai consumatori al loro dolce far niente”[14].
Della piccola borghesia Salvemini, sottolinea il perenne senso di frustrazione e gli appetiti mai soddisfatti per l’impossibilità in cui era questa classe di migliorare la propria condizione economica. Ad essa era precluso l’accesso alle attività produttive. I piccoli borghesi erano “costretti a vivere dei modestissimi redditi loro derivanti dei pochi terreni che [possedevano] e sulla lontana e difficile prospettiva di diventare professionisti o impiegati”[15]. Calcando le tinte Salvemini spiega che le ristrettezze in cui i piccoli borghesi erano costretti a vivere facevano sì che “la lotta per l’esistenza [assumesse] per loro un carattere di mostruosità, di ferocia, di pazzo accanimento e la vita [divenisse] uno spasimo continuo, un inferno, di fronte al quale l’inferno vero sarebbe il più desiderabile dei paradisi”[16]. Un’analisi simile, ed un giudizio che non si distacca molto da quello di Salvemini è formulato da Basso quando scrive così: “questa piccola borghesia meridionale, che dopo aver conseguito un diploma o una laurea non trovava possibilità di impiego o di sbocco di qualche attività produttiva, si riduceva a vivere sfruttando in qualche modo i contadini e cercando di volgere a proprio profitto le magre risorse dei bilanci pubblici locali [..]”[17].
Pur avendo però una laurea o un diploma i piccoli borghesi del Sud non erano affatto persone colte; se lo fossero state si sarebbero forse  condotti in modo differente. Non avrebbero certamente sfruttato una situazione così precaria proprio a discapito dei loro concittadini più umili. Non si sarebbero certo accontentati di sfruttare una società così “disgraziata”, da cui avrebbero potuto trarre molti vantaggi solo se avessero cooperato per elevarne gli enormi potenziali di sviluppo. “Andate – scrive Salvemini – un pomeriggio d’estate in uno di quei circoli di civili, in cui si raccoglie il fior fiore della poltroneria paesana; ascoltate per qualche ora conversare quella gente corpulenta, dagli occhi spenti, dalla voce fessa, mezzo sbracata, grossolana e volgare nelle parole e negli atti, badate alle scempiaggini, ai non sensi, alle irrealtà di cui sono infarciti i discorsi. E abbiate il coraggio di dire che i meridionali sono intelligenti!”[18].
Salvemini ha speso, nei confronti della piccola borghesia, parole sempre più aspre, evidenziandone l’animo cupido ed il costume ozioso, centrando la sua accusa sul comportamento parassitario ed opportunista. “L’Italia meridionale di oggi non è più quella di quindici anni fa. I contadini meridionali non sono più i miserabili di una volta. Ogni giorno più miserabile, invece diventa la piccola borghesia parassita ed oziosa che scrive sui giornali e piange sulle miserie proprie, credendole in buona fede miserie di tutta l’Italia meridionale”[19]. Parole dure, vibranti di disprezzo per l’egoismo che aveva distrutto le terre del meridione, a lui tanto care.
“La borghesia non esiste; il proletariato non ha diritti politici: la classe che forma il corpo elettorale è la piccola borghesia dei cui voti i latifondisti hanno, quindi, bisogno per tenersi su. Si ha così un’associazione fra latifondisti e piccoli borghesi, che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale”[20]. L’alleanza consisteva in un macchinoso, ma ben studiato gioco elettorale che avrebbe garantito loro posti di potere, contrastando ogni forma di progresso a danno del proletariato agricolo. Ciò non è paradossale, se si tiene presente che, non essendoci ancora il suffragio universale, le persone con diritto di voto erano realmente poche. Come scrive Salvemini “la presente legge elettorale escludendo dal voto gli analfabeti, e riducendo nel Mezzodì a proporzioni minime il numero degli elettori, fa sì che lo spostamento di cento o duecento voti determini la vittoria”[21]. Ecco, questo è il punto di appoggio della critica salveminiana. Non  esistendo una vera e propria borghesia, la piccola borghesia “frustrata” formava la gran parte del corpo elettorale. Avveniva così che la grande proprietà se ne serviva per poter controllare le elezioni, mantenendo sempre intatti i suoi poteri ed i suoi  privilegi e impedendo la nascita di una borghesia moderna. “I deputati meridionali – scrive Salvemini – facevano consistere il loro ufficio nel fare raccomandazioni e procurar favori agli elettori,  e per essi una croce di cavaliere aveva più importanza che un trattato di commercio o un progetto di legge per le pensioni […]”[22]. Così, il patto scellerato fra i latifondisti e i piccoli borghesi permetteva una vera e propria spartizione dei seggi assegnati o da assegnare con le elezioni. Si aveva così che “i latifondisti si prendevano il parlamento e la piccola borghesia lavorava nei Consigli comunali. […] Dominio dei latifondisti nella vita politica, dominio di una frazione della piccola borghesia a danno del proletariato nella vita amministrativa”[23]. Viene da sé che, stando così le cose, queste classi avevano un illimitato potere su ogni atto che riguardasse l’Italia meridionale.
“Ignoranti peggio dei macigni. I più non hanno mai imparato o hanno disimparato a lo scrivere”[24]. Poche parole, che però la dicono lunga sulle condizioni dei contadini. Il proletariato agricolo, non potendo vantare alcun diritto politico per povertà e mancanza di istruzione, riesciva sconfitto ed impossibilitato a fare qualunque cosa per risollevare la sua posizione.
“Nessuno si occupa di essere elettore; se qualcuno si trova, senza saperlo come, iscritto nelle liste, non va a votare, o ci va trascinato da qualche conoscente, da ebete, senza aver coscienza di quel che fa”[25]. Vittima, quindi, della carnefice alleanza fra i “potenti”, “i contadini meridionali sono abbandonati a se stessi, non possono far nulla, hanno bisogno di essere illuminati e guidati, ma non hanno nessuno che possa illuminarli e guidarli”[26].  Il proletariato, come denuncia Salvemini, viveva in uno stato di totale abbandono. Lasciati allo sbando dalla borghesia e dai troppo potenti latifondisti i proletari vivevano inermi lo sfruttamento e la miseria.
“Dove gli operai industriali mancano ed i contadini sono impermeabili alla propaganda nostra, ivi l’idea socialista o non penetra o, se penetra si corrompe”[27]. È facile dedurre dalle parole di Salvemini che le pratiche dei favoritismi, della corruzione e dello sfruttamento, risultavano all’ordine del giorno nella vita pubblica meridionale, così precisamente, così realisticamente ma, allo stesso tempo, così dolorosamente dipinta da Salvemini. Ed infatti, come egli scrive, “la vita pubblica si riduce ad una serie continua di strisciamenti vicendevoli, di mercimoni, di servilismi di tutti verso tutti. L’origine dei deputati meridionali sta tutta in questa condizione di cose, la quale è intollerabile per tutti”[28].
Salvemini sofferma, poi, la sua analisi su di un altro fattore che impediva il riscatto dei proletari meridionali: l’atteggiamento governativo. Nel meridione, a differenza di ciò che accadeva al Nord, ogni manifestazione e ogni forma di protesta contraria alle disposizioni governative veniva inevitabilmente repressa. “In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”[29]. Al Nord, infatti, il governo tollerava le manifestazioni, concedendo inevitabilmente la possibilità di numerose azioni volte alla conquista dei diritti fondamentali. Ma, come denuncia Salvemini, quando qualcuno lamentava le infamie commesse, e le disparità con la “razza gentile”, “essi o non rispondevano o ci facevano capire che non credevano alle nostre parole, o facevano una scrollata di spalle e dicevano: da noi il governo non fa così; la colpa non è di Giolitti; è vostra”[30]. Queste parole non possono che confermare la scarsa considerazione umana che si aveva nei confronti del mezzogiorno. È amaro pensare che, proprio alla parte più debole di un unico popolo fossero riservati tali trattamenti. È difficile accettare come “per molti settentrionali, anche fra coloro che più spesso fanno sfoggio di retorica unitaria, le popolazioni meridionali sono cagnaccia da macello e da bordello”[31]. Ma questo non è un luogo comune; il disprezzo che le popolazioni settentrionali provavano nei confronti dei loro connazionali, emerge anche in  altre pagine di Salvemini. Toccante, ad esempio, il racconto in cui egli, memore di un viaggio in treno, riporta il giudizio di un piemontese: “postacci – si lasciava andare il piemontese al passaggio per un villaggio del Sud – creda pure che qui non ci si vive. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione superstiziosa barbara”[32].
Il meridione, quindi, viveva in condizioni difficili che andavano affrontate in modo energico. Si capisce come Salvemini, molfettese fino alle midolla delle ossa, si adoperò cercando di risollevarne le condizioni, e di trovare delle soluzioni concrete che ne riscattassero lo stato d’arretratezza.
E’ importante però chiarire un punto. Molti criticano Salvemini accusandolo di aver difeso il Mezzogiorno, trascurando, così, quelle che erano le reali necessità del momento. Il problemismo ed il concretismo di cui si fa interprete Salvemini, poggiava invece su basi molto solide che non possono essere trascurate.  Quello di Salvemini, infatti, era un socialismo che,  pur ponendo al primo posto la protezione delle classi più deboli della società, non si lasciò mai corrompere dallo spirito di parte e restò sempre legato alla concreta realtà.
A conferma di ciò è bene ricordare come lo stesso Salvemini fu, in relazione ad una sua scelta, accusato di antimeridionalismo.
Nel 1896 il partito decise la fondazione del quotidiano l’Avanti!, e Salvemini fu fra i pochissimi che si oppose alla scelta di Roma, proponendo invece Milano, come sede del giornale. Ovviamente una posizione di questo tipo provocò scandalo ed accuse fra i compagni di partito. Questi credevano che, la sede del giornale a Roma, avrebbe certamente sollevato il livello culturale ed economico di una parte del meridione. Ad aggravare ancora di più le cose ci fu il fatto che persino i socialisti settentrionali erano favorevoli a questa opzione; ovviamente non certo per improvvisa magnanimità nei confronti del meridione, ma per l’eco maggiore che un giornale romano avrebbe prodotto nel mondo parlamentare. La risposta alla differente proposta fu avversa tanto che “la Lotta di classe, di Milano, allora organo ufficiale ebdomadario del Partito rifiutò di pubblicare degli scritti di Salvemini in difesa della sua tesi e lo stesso fece il Grido del popolo di Torino: solo la Giustizia prampoliniana ospitò due note di Salvemini”[33].  Ed in queste due note Salvemini, spiegava che il suo atteggiamento – checché se ne dicesse, – non si distaccava dalla politica socialista in cui egli aveva sempre creduto. “Ciò posto – scrive infatti Salvemini –  un giornale socialista oggi dove è meglio che sorga? Scartiamo subito Napoli: in città il giornale si vende poco; meno nelle province meridionali in tanta parte apatiche, corrotte, indifferenti, ignoranti, in cui il socialismo non esiste; dove tutta una città comprerà al massimo ogni giorno trenta copie di tutti i giornali messi insieme”[34]. Le accuse di incoscienza[35] che gli furono mosse, avevano, almeno apparentemente, una loro giustizia dato che si rischiava di oscurare l’informazione nel meridione. Come scrive Salvemini, però, “l’Italia da Firenze in giù è per il socialismo un muro solidissimo e per ora incrollabile; […] raccogliamo le nostre forze sul punto in cui il nostro lavoro è più utile. […] Il giornale quotidiano deve essere conseguenza, non causa dello sviluppo del partito”[36]. Ciò dimostra che, se è vero che Salvemini non avrebbe mai rinunciato al suo meridionalismo, è anche vero che non avrebbe mai rinunciato al suo amore per la giustizia ed alla propensione per il gradualismo e la concretezza. Dalla frase sopra citata questo atteggiamento è chiaro al di là di ogni ulteriore discorso. Non era giusto creare la sede del giornale a Roma perché questa non era ancora pronta ad accoglierlo e quindi sarebbe stato più conveniente ospitarlo a Milano che, sicuramente, avrebbe ricevuto con  molto più calore l’arrivo del nuovo organo. In realtà, come scrive Basso, “le accuse apparsero infondate visto che le ragioni in favore di Milano fatte valere dal Salvemini erano assolutamente valide. Infatti tre anni dopo si fecero forti le difficoltà di mantenere il giornale a Roma, – confermando quindi la posizione di Salvemini – ed egli ritornò di nuovo sulla sua idea chiedendone il trasferimento a Milano, con una lettera a Prampolini pubblicata ne La Giustizia del 24 dicembre 1899”[37].
La posizione che Salvemini assunse nei confronti della questione meridionele, influenzò in modo non indifferente anche il suo rapporto con il partito socialista. C’è da dire, prima di ogni altra cosa, che la posizione da lui assunta all’interno del partito è stata assolutamente originale.
Come dicevamo all’inizio, la questione meridionale influenzò, direttamente o indirettamente, ogni pagina ed ogni pensiero di Gaetano Salvemini. Viene da sé che queste posizioni finirono per influenzare anche i rapporti e le posizioni di politica che lo stesso tenne per molti anni.
Salvemini, è noto, era un socialista riformista, ma il suo riformismo fu sempre innovativo perché ebbe come stella polare l’abito della concretezza. Concretezza equivaleva per lui a onestà. Odiava, quindi,  l’ideologismo “tutto fini e niente mezzi” e diffidava delle grandi filosofie della storia che pretendono di rispondere, con un unico schema, a tutti i grandi problemi della vita, compresi… i problemi insolubili.
Così, anche se quello della “Critica sociale” fu il gruppo politicamente a lui più vicino, ciò non influì sulle numerose critiche, che anzi si svilupparono in totale coerenza con le sue idee e con il suo carattere.
I riformisti si differenziavano dai rivoluzionari perché credevano che la trasformazione sociale sarebbe dovuta avvenire per via di conquiste graduali del proletariato. Salvemini, quindi, faceva emergere il problema dei destinatari di queste “conquiste”. Le  riforme proposte dai riformisti finivano per avvantaggiare soltanto una parte del proletariato: quello del Nord. Ed ecco da dove partono le critiche ai riformisti, ed ecco come ritorna la questione meridionale. Ma andiamo con ordine.
Per meglio comprendere la critica salveminiana è però necessario intendere le differenze tra conquiste graduali e conquiste parziali. E’ cosa differente, ammonisce infatti Salvemini, procedere secondo conquiste graduali e secondo conquiste parziali. Il gruppo di Turati, pur se nelle sue aspettative maturava l’idea di conquiste graduali, finiva per procedere per conquiste parziali. “Far succedere – scrive Salvemini – il suffragio universale, cioè il diritto di voto per tutti i lavoratori, alla conquista del diritto di organizzazione per tutti i lavoratori; […] questo è il processo delle conquiste graduali, e nel tempo stesso generali. Far succedere, invece, una legge sul lavoro delle industrie, a una legge sugli infortuni industriali; […] questo è lo sviamento verso le conquiste non solamente graduali, ma anche parziali, che si succedono sempre a profitto della medesima minoranza”[38].
Ovviamente  la differenza fra “conquiste graduali” e “conquiste parziali” sta nel fatto che,  di queste ultime, può beneficiare soltanto una parte del proletariato. Procedere secondo riforme graduali vuol dire, invece, “coordinare tra loro i vari problemi in ordine d’urgenza, secondo un organico sistema d’idee, non frammentariamente”[39].  Concorde con Salvemini è il parere di Bedeschi, che individua il limite fondamentale della politica riformista di allora proprio nell’eccessivo interessamento per gli operai settentrionali e il conseguente disinteresse per le vicende del mezzogiorno. “La politica del leader riformista – scrive Bedeschi –  esprimeva, infatti, le aspirazioni e gli interessi del proletariato industriale  e agricolo dell’Italia settentrionale; non esprimeva la disposizione, il ribellismo, il pessimismo radicale dei socialisti del Mezzogiorno, escluso pressoché interamente, per la sua arretratezza economica dai benefici del nuovo corso liberale”[40].
La distinzione fra conquiste graduali e parziali, fa parte, se vogliamo, della più ampia distinzione fra riforme politiche e sociali; e la critica di Salvemini si concentra  anche su questo punto. Le prime, intese al miglioramento delle condizioni sociali dei proletari, punto di partenza irrinunciabile per ogni altro tipo di riforma, devono essere indiscutibilmente anteposte alle seconde. Le seconde, avvantaggiando un proletariato già organizzato, devono seguire alle prime. È bene ricordare, come fa Gaetano Arfè, che “il socialismo di Salvemini si qualifica come riformismo politico prima che sociale”[41].
A parere di Salvemini i riformisti, abbandonato il riformismo politico, dedicavano la loro azione esclusivamente al riformismo sociale. Posto che, come scrive Salvemini, “la conquista della libertà politica è la base di qualunque altra riforma”[42], era giusto che il Nord, dopo averla conquistata con dure lotte contro uno stato oppressore, si dedicasse alle riforme sociali. Come riconosce anche Salvmeini, fu certamente giusto concentrare, all’inizio del novecento, tutti gli sforzi riformisti in un Nord pronto ad accoglierli, “io, socialista meridionale, sono sempre stato in dissidio con tutti i meridionali, e ho sempre affermato che essi avevano torto a combattere l’indirizzo allora prevalente nel partito”[43].
“Io – scrive Salvemini – affermo che, se nei dieci anni passati, subito dopo la conquista della libertà di organizzazione, era giusto e necessario che le forze politiche del partito si concentrassero tutte nel promuovere l’organizzazione economica di quelle zone della classe lavoratrice che erano meglio disposte ad accogliere questa opera di fecondazione, perché quando si comincia bisogna prendere il meglio della classe per costituire con esso l’avanguardia – ora che questa avanguardia si è costituita, e può difendere da sé, per mezzo delle sue organizzazioni, i propri interessi immediati e diretti sul terreno della lotta di classe, il partito non deve più adagiarsi a servizio di costoro che hanno già la forza nelle mani per fare da sé; ma deve passare a una zona ulteriore, più arretrata, della classe lavoratrice, per trascinare elementi nuovi nell’agone politico e portare fratelli nuovi in aumento di quelli che hanno fatto la prime conquiste”[44].
Dunque, scrive ancora Salvemini, “il partito socialista del Nord nei tempi di reazione, impedito nell’opera economica e nella propaganda delle leggi sociali, dové  raccogliere le sue forze sulla conquista delle libertà e sulla propaganda delle riforme politiche. Ma non appena si è aperto uno spiraglio di libertà, ha abbandonato le riforme politiche e si è dedicato all’opera di azione economica e sociale”[45]. Ciò è stato un grave errore, poiché le riforme sociali non hanno portato alcun beneficio per il proletariato non organizzato. “La legislazione sociale, – spiega infatti Salvemini –   se non ha dietro di sé un proletariato assai agguerrito, o è impossibile, o è monca, o non viene applicata, perché il proletariato non sa servirsene. Ora la parte veramente agguerrita del proletariato italiano è una infima minoranza”[46]. Il riformismo politico, invece, avrebbe certamente posto le basi per la formazione di una coscienza di classe che non sarebbe stata circoscritta soltanto al proletariato organizzato. “Col riformismo sociale – scrive ancora Salvemini – abbiamo sperperati tre anni, abbiamo sconquassato il partito, non abbiamo conquistato nulla né per noi né per altri. Col riformismo politico, ci sarebbe facile riacquistare in parte il tempo perduto, saneremmo, in parte, la crisi del partito socialista, lavoreremmo intorno a riforme di utilità generale, indiscutibile, immediata: cioè faremmo del riformismo sul serio”[47].  Dunque il disinteresse dei riformisti per i proletari più bisognosi, per “l’Italia vera” risulta lampante da questi atteggiamenti. Ai riformisti non interessa, come scrive Salvemini, che “per noi meridionali, la legislazione sociale è parola quasi vuota di senso, perché ignoriamo quei rapporti economici che la legislazione sociale, ha l’intento di disciplinare”[48].
Come scrive Turati: “se vi è una speranza di vedere la politica generale mutare di indirizzo in Italia e modernizzarsi, ciò sarà soprattutto per effetto della pressione misurata, ma assidua, che il proletariato industriale farà sul capitalismo industriale della penisola, che è già una poderosa forza politica, sforzandolo, con le proprie crescenti esigenze, a intensificare la produzione, a sgravare i consumi, a recidere nelle spese superflue dei comuni e dello stato. Quegli intenti di riforma finanziaria, politica e morale che il proletariato industriale non saprebbe – perché non lo toccano direttamente – direttamente imporre  o conseguire, esso l’imporrà e conseguirà costringendo a volerli, nel proprio immediato interesse, la borghesia. E avrà fatto un viaggio e due servizi: conquistando per sé avrà conquistato per tutti”[49]. Se questo è il pensiero di Turati, diciamo subito che non è possibile concordare con la sua impostazione perché la conquista di un vantaggio da parte di una classe sociale non è detto che necessariamente si estenda alle altre. Infatti, come scrive Salvemini: “le riforme, se interessano direttamente la borghesia industriale, non per questo toccano indirettamente, come scrive Turati, il proletariato”[50]. Inoltre, come aggiunge Salvemini, si dovrebbe conoscere meglio la borghesia di cui parla Turati. E infatti “il partito socialista, che dovrebbe muovere il proletariato dietro un gruppo di idee, è formato in buona parte da piccoli borghesi, per i quali le riforme sociali sono astrazioni che non li toccano […]”[51]. Inoltre proseguiva Salvemini, “mi permetta Turati di capovolgere le sue parole, col riformismo politico il proletariato più evoluto avrà fatto un viaggio e due servizi: conquistando per tutti avrà conquistato per sé”[52].
L’azione del partito socialista, e soprattutto dei riformisti, doveva essere intesa allo sviluppo delle riforme politiche. In realtà, però, i riformisti, vantando interessi per il proletariato del Nord, lottavano solo e soltanto per il riformismo sociale. Dello stesso avviso era Arturo Labriola, che espresse un’aspra critica ai riformisti ed in difesa del riformismo politico. “La vostra azione politica – egli disse rivolto ai riformisti – fu diretta ad ottenere la legislazione sociale, quale l’hanno i paesi industrialmente sviluppati. Ma l’Italia non è nelle condizioni di questi paesi, nei quali la grande industria compie lo sfruttamento dei lavoratori e a misura che quella si svolge, questi si organizzano per diminuire lo sfruttamento di cui sono vittime, ed adoperano a ciò anche la legislazione sociale”[53]. Promuovere una politica di questo tipo era, al di là delle “chiacchiere” e delle “chitarrate teoriche”, un chiaro segnale del disinteresse dei riformisti per i proletari del Sud. Come scrive Salvemini: “i socialisti riformisti se non voglio essere nella loro azione pratica degli acchiappanuvole, devono capire che dalla loro teoria generale non deriva oggi in Italia il riformismo sociale ma il riformismo politico”[54].
Un altro aspetto proposto dai riformisti turatiani riguardava la prospettiva secondo cui i miglioramenti ottenuti dalle singole avanguardie operaie organizzate, producevano benefici che si estendevano a tutto il proletariato; quindi “compiono funzioni di utilità collettiva anche quando pensano a se stesse”[55]. Ma, anche in questo caso, l’azione riformista non includeva il proletariato meridionale.
Una volta ottenuto un nuovo diritto, infatti, i proletari del Nord non ebbero nessun interesse ad aiutare quelli del Sud. Come spiega Salvemini: “il guaio era che tutta l’esperienza del precedente decennio stava lì a dimostrare che le organizzazioni privilegiate, dopo aver conquistato un nuovo diritto per sé sole, non esplicavano mai nessuna azione nel conquistare per gli altri ciò che esse avevano già ottenuto, ma passavano immediatamente a domandare un diritto nuovo: il quale cominciava quasi sempre col presentarsi come un diritto per tutti; ma al momento della realizzazione, si rattrappiva sempre in un privilegio per alcuni, sempre gli stessi”[56].
“Quando  fu conquistata – scrive Salvemini –  per gli operai delle industrie la legge dei provibiri tutti applaudimmo e dicemmo: è bene che l’avanguardia faccia questa conquista. Però l’avanguardia non pensò che la legge dei provibiri occorreva estenderla ai lavoratori della terra. O meglio ci pensò ma non fece nulla. E preferì chiedere nuove leggi sociali, ma solo per sé. Venne così la legge sugli infortuni industriali. Almeno ora occorreva lottare affinché la conquista dell’avanguardia fosse estesa a tutti gli altri. Neanche per idea: gli altri restarono sempre a bocca asciutta, e l’avanguardia chiede qualcosa di nuovo per sé”[57].
Con questi esempi, Salvemini voleva dimostrare come, in realtà, la tesi riformista del vantaggio indiretto, ed era di fatto fallace. Il settentrione, infatti, era progredito sia socialmente che economicamente, e la crescita era proporzionale all’indifferenza e all’egoismo che questo nutriva nei confronti del meridione. “Ed ecco perché – scrive Salvemini – io non taccio più e protesto contro la vostra indifferenza vera”[58]. Ed infatti non tacque, perché mai avrebbe potuto accettare che il proletariato, quello “vero”, fosse trascurato dalle iniziative del Partito socialista.
“Il Partito socialista – scrive Salvemini –  che deve essere il partito dell’intera classe lavoratrice, deve correggere le tendenze localiste, egoistiche, corporativistiche, dei gruppi d’avanguardia. Deve avere anche il coraggio qualche volta di dire ai più fortunati: alto là! Niente di nuovo per voi fino a che gli altri che sono in coda, non abbiano ottenuti anch’essi qualche cosa”[59]. Ma il partito questo coraggio non lo aveva e una minoranza avvantaggiata era l’unica beneficiaria delle riforme e non, come sarebbe dovuto essere, la base d’appoggio da cui partire per promuovere il miglioramento delle condizioni del proletariato. “Le falangi proletarie della grande industria e dell’agricoltura industriale – scrive Salvemini – debbono essere i fattori della trasformazione sociale, non i beneficiari esclusivi di quei vantaggi che l’ordinamento sociale presente può sempre concedere ad una minoranza proletaria purché si disinteressi del destino generale”[60]. In realtà, infatti, veniva a mancare del tutto la prospettata collaborazione delle organizzazioni proletarie con alcune frazioni della borghesia, a vantaggio dell’intero proletariato. Con questo modo di fare politica, quindi, lamentava Salvemini, si producevano soltanto dei compromessi oligarchici fra alcune organizzazioni ed i gruppi di governo. Quello che Salvemini definì il “pervertimento oligarchico dei riformisti”.  “Voi dovete rendervi conto – chiarisce Salvemini –  del fatto che le riforme, se si accumulano tutte in una direzione e si concentrano tutte sui gruppi organizzati della classe lavoratrice, mentre la gran massa resta esclusa, produrranno questo effetto: che la organizzazione operaia finirà per costituirsi in oligarchia privilegiata, nemica della classe intera, pronta a tirare la focaccia tutta per sé, lasciando debole e abbandonato il resto della classe”[61]. Ciò vuol dire che la politica riformista andava guardata con sospetto perché riusciva dannosa per tutte le zone dell’Italia più arretrate. Ed infatti, su questo punto  la polemica di Salvemini incalza, sollevandosi nei toni e diventando sempre più aspra. Le accuse, oltretutto ben fondate, non possono non essere tenute in considerazione. Non è possibile sottovalutare parole come:  “i risultati della politica socialista si possono classificare in tre categorie fondamentali: per gli operai delle industrie: leggi sociali che non si estendono mai ai lavoratori della terra; per le organizzazioni agricole della zona padana: concessioni continue dei lavori pubblici, anche non urgenti, anche non necessari; per gli impiegati pubblici: aumenti di stipendi ed aumento continuo della burocrazia centrale”[62]. Dunque, quello dei riformisti, non può essere considerato socialismo poiché, come scrive Salvemini, loro si atteggiavano “a difensori degl’interessi industriali… futuri del Mezzodì per chiedere nuovi favori agli interessi industriali… presenti al Nord”[63]. La politica esclusivista di cui essi si facevano promotori e portavoce, escludeva, giocoforza, la vera anima del socialismo prospettato da Salvemini. “Il Partito socialista – scrive Salvemini – ha perduto di vista da alcuni anni questo suo dovere fondamentale. Allorché si costituisce un gruppo di forze proletarie, e questo gruppo di avanguardia afferma di essere socialista impadronendosi così di quella meravigliosa forza di espansione morale che è racchiusa nella formula dell’ideale socialista, e suscita così intorno a sé grandi simpatie morali, e riesce ad imporsi alla borghesia con una forza di pressione che è certo superiore alla reale forza delle sue organizzazioni, quest’avanguardia non ha il diritto di conquistare per sé tutti i vantaggi della situazione: ha il dovere di adoperare queste forze per tutti coloro che sono diseredati”[64].
A parere di Salvemini, quindi, quest’ala socialista, provava un profondo ed inspiegabile disinteresse per una parte del paese. Promuoveva, infatti, una politica estremamente attenta al proletariato del Nord, senza tenere in nessuna considerazione i bisogni e le differenti necessità del Sud. Una politica classista, dunque, contraria ad ogni principio socialista, che non teneva in nessuna considerazione la grande massa della proletariato, il quale restava inerme ed impossibilitato a reagire ad ogni forma di sopruso e di violenza.
Pasquale Padula
Collaboratore della cattedra di Dottrina dello Stato Università LUISS Guido Carli e di Storia delle dottrine politiche Università del Sannio

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[1] G. Arfè, Introduzione a Movimento socialista e questione meridionale, in Opere IV, vol. II, Feltrinelli, Milano 196., p. XIII
[2] L. Basso, Gaetano Salvemini socialista e meridionalista, Lacaita, 1959, p. 48
[3] G. Salvemini, Risposta ad un’inchiesta, in Scritti sulla questione meridionale (1896-1955 ), Torino, Einaudi 1955 p. 60
[4] G. Salvemini, Un comune dell’Italia meridionale: Molfetta, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 10
[5] G. Bedeschi, La fabbrica delle ideologie, Laterza, Roma- Bari  2002. p. 30
[6] G. Salvemini, La questione meridionale e i partiti politici, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 284
[7] Ibidem, p. 286
[8] Ibidem, p. 284
[9] Ibidem,
[10]Ibidem, p. 285
[11] M. Rossi-Doria, Gaetano Salvemini, in Gli uomini e la storia, Laterza, Roma- Bari, 1990 pp. 37-38
[12] Ibidem, p. 39
[13] G. Bedeschi, La fabbrica delle ideologie, Laterza, Roma- Bari  2002. p. 31
[14] Ibidem
[15] M. Rossi-Doria, Gaetano Salvemini, in Gli uomini e la storia, op. cit. p. 38
[16] Ibidem
[17] L. Basso, Gaetano Salvemini socialista e meridionalista, Lacaita,1959. p. 60
[18] G. Salvemini, La piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d’Italia, in  Scritti sulla questione meridionale   (1896-1955 ), Torino, Einaudi, 1955.  p. 415
[19] G. Salvemini, Suffragio universale, questione meridionale e riformismo, in Movimento socialiste e questione meridionale, op. cit. pp. 331-352
[20] M. Rossi-Doria, Gaetano Salvemini, in Gli uomini e la storia, op. cit. p. 38
[21] G. Salvemini, Nord e Sud nel partito socialista italiano, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 242, 243
[22] G. Salvemini, Riepilogo, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p.683
[23] M. Rossi-Doria, Gaetano Salvemini in Gli uomini e la storia, op. cit. p. 38
[24] G. Salvemini, Un comune dell’Italia meridionale: Molfetta, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 11
[25] Ibidem
[26] M. Rossi-Doria, Gaetano Salvemini, in Gli uomini e la storia, op. cit. p. 40
[27] G. Salvemini, Il partito socialista di Imola, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 32
[28] M. Rossi-Doria, Gaetano Salvemini, in Gli uomini e la storia, op. cit. p. 39
[29] G. Salvemini, I socialisti meridionali, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.   p. 316
[30] Ibidem
[31]Ibidem
[32] G. Salvemini, Un ricordo autobiografico, in Socialismo riformismo democrazia, Laterza, Roma- Bari 1990 p. 26
[33] L. Basso, Gaetano Salvemini socialista e meridionalista, op. cit. p. 44
[34] G. Salvemini, Dove pubblicalo?, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 7
[35] Al congresso del Partito socialista che si tenne a Firenze l’11-13 luglio 1896, durante le discussioni relative alle varie proposte per la sede del giornale, Salvemini fu accusato dai socialisti meridionali di antimeridionalismo, ed in particolare Domanico, nel suo discorso, lo trattò da incosciente per le posizioni da lui assunte in difesa di Milano, senza che Salvemini riuscisse a replicare. Cfr.  L. Basso, Gaetano Salvemini socialista e meridionalista, op. cit. p. 45-46
[36] G. Salvemini, Dove pubblicalo?, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 8
[37] L. Basso, Gaetano Salvemini socialista e meridionalista, op. cit. p. 46
[38]  Ibidem p. 141
[39] A. Galante Garrone, Introduzione a Scritti vari, op. cit. p. 22
[40] G. Bedeschi, La fabbrica delle ideologie,  op. cit. p. 18
[41] G. Arfè, Introduzione a  Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. XIV
[42] G. Salvemini, Sempre dritto!, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 98
[43] G. Salvemini, Riforme parziali  e riforme generali, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 447
[44] G. Salvemini, Riforme parziali e riforme generali, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 446
[45] G. Salvemini, Nord e Sud nel partito socialista italiano, in Movimento Socialista e questione meridionale, op. cit. p. 243
[46] G. Salvemini, Riforme sociali e riforme politiche, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 302
[47] G. Salvemini, I socialisti meridionali, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 319
[48] Ibidem,  p. 316
[49] F. Turati, cit. in G. Salvemini, I socialisti meridionali, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 318
[50] G. Salvemini, I socialisti meridionali, in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 318
[51] G. Giarrizzo, Gaetano Salvemini: la politica, in AA.VV. Gaetano Salvemini tra politica e storia, Laterza, Roma-Bari 1986 p.18
[52] G. Salvemini, I socialisti meridionali  in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 319
[53] A. Labriola, cit. in G. Bedeschi, La fabbrica delle ideologie, op. cit. p. 19
[54] G. Salvemini, I socialisti meridionali  in Movimento socialista e questione meridionale, op. cit. p. 319
[55]  G. Salvemini, Il partito socialista e la situazione politica del primo dopoguerra, in Socialismo riformismo e democrazia, op. cit. p. 140
[56]  G. Salvemini, La deviazione oligarchica del movimento socialista, in B. Caizzi, Nuova antologia della questione meridionale, Milano, ed. di Comunità, 1975.  p. 374
[57]G. Salvemini, Riforme parziali  e riforme generali, Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 447, 448
[58]Ibidem, p.447
[59] Ibidem
[60]  G. Salvemini, Il partito socialista e la situazione politica del primo dopoguerra, in Socialismo riformismo e democrazia, op. cit. p. 142
[61]  G. Cingari, Il Mezzogiorno, in AA.VV. Gaetano Salvemini tra politica e storia, op. cit. p. 116
[62]  G. Salvemini, La deviazione oligarchica del movimento socialista, in B. Caizzi, Nuova antologia della questione meridionale, op. cit. p. 369
[63] G. Salvemini, La questione meridionale e i partiti politici, Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 291
[64] G. Salvemini, Riforme parziali e riforme generali, Movimento socialista e questione meridionale, op. cit.  p. 446