Pop e conservatore

Pop e conservatore

I simboli, nella liturgia e nella modalità comunicativa della Chiesa cattolica, sono importanti, spesso più delle parole. È per questo che i primi gesti compiuti e le poche parole pronunciate dal neo papa Francesco trasmettono l’impressione di un’energica sterzata rispetto al percorso degli ultimi anni. Se questo sarà il preludio ad un effettivo cambio di direzione da parte della Chiesa – più dal punto di vista ecclesiale che teologico e dottrinale – è presto per dirlo: bisognerà attendere Bergoglio a prove ben più impegnative, a cominciare dalla ristrutturazione della Curia romana. Tuttavia i suoi primi atti mandano dei segnali chiari.
Ieri è stata la prima giornata da papa, con la visita alla basilica di Santa Maria maggiore, per «pregare», come aveva annunciato da san Pietro la sera prima. Viaggio breve, dal Vaticano all’Esquilino, a bordo di una macchina della gendarmeria – non la lussuosa berlina papale targata Scv 001 –, senza il corteo di automobili tipico degli ultimi due pontefici. Breve sosta di preghiera, con il rammarico di avere tutta la basilica solo per sé: aveva chiesto che restasse aperta ai pellegrini, ma non è stato possibile. Ha vinto il dogma della sicurezza. Che però verrà corretto, come ha fatto intendere il direttore della sala stampa della Santa sede padre Lombardi: ogni papa «ha uno stile personale che va rispettato», ha detto rispondendo ad una domanda sulla questione sicurezza. Subito dopo, una deviazione alla Casa del clero, dove Bergoglio aveva soggiornato prima del conclave, per ritirare i bagagli e pagare il conto. Gesto inconsueto, forse populista, ma eloquente.
La prima verifica si avrà nei prossimi mesi, quando dovrà occuparsi dei bilanci economici del Vaticano, a giugno, e affrontare il capitolo Ior. Infine nel pomeriggio una messa, nella Cappella Sistina, davanti ai 114 cardinali che il giorno prima lo hanno eletto papa, con un’omelia “a braccio”, in italiano, sulla necessità di camminare ed edificare insieme la Chiesa. Questa mattina nuova udienza ai cardinali, con il primo discorso “programmatico” del nuovo pontefice. Una giornata, quella di ieri, che ha confermato quanto si era già visto e ascoltato mercoledì sera, quando Bergoglio si era affacciato dalla loggia di san Pietro senza indossare i simboli del potere papale, la mozzetta rossa e la stola, ma in talare bianca, con la croce di ferro che aveva già da vescovo di Buenos Aires. Più che gli abiti, però, sono state significative le sue parole: non si è presentato come «papa» ma come «vescovo di Roma», riportando indietro di molti secoli l’orologio della storia, quando il papa non era il «vicario di Cristo» ma solo il «vescovo di Roma»; e ha ripetuto più volte i termini «fratellanza» e «popolo». Segnali che potrebbero essere l’anticipazione di un ridimensionamento del centralismo papale e della Curia romana e di un ampliamento della collegialità episcopale. Ma anche questo lo si capirà meglio dai primi atti di governo del nuovo pontefice.
Sotto l’aspetto dottrinale e teologico, invece, i segnali sono diversi. Bergoglio è rimasto sempre distante dalla teologia della liberazione ed è saldamente ancorato ai «principi non negoziabili». E ieri, durante la visita a Santa Maria maggiore, ha sostato in preghiera sulla tomba di Pio V, prima inquisitore e poi papa della Controriforma cattolica e della battaglia di Lepanto. Conduce uno stile di vita sobrio – a Buenos Aires si muoveva anche con i mezzi pubblici e abitava non nel palazzo del vescovado ma in un appartamento comune – ed è attento ai temi sociali, ma in una prospettiva caritatevole più che “politica”. Insomma il profilo di un conservatore popolare.
Potrebbe tuttavia riservare delle sorprese, come spera il movimento di base Noi siamo Chiesa, che «si aspetta dal nuovo vescovo di Roma Francesco un pontificato degno del nome che si è scelto». C’è l’attesa del rinnovamento, dice il portavoce nazionale Vittorio Bellavite, e di una Chiesa «che sappia chiudere con gli scandali della curia e col suo centralismo mefitico; che faccia pulizia completa sulla questione dei preti pedofili; che sappia percorrere senza paure e reticenze le strade indicate dal Concilio Vaticano II; che sappia ascoltare al proprio interno ed usare la misericordia e non l’esclusione; che sappia dire al mondo parole di pace fondata sulla giustizia; che sappia riaprire la strada dell’ecumenismo con le altre chiese cristiane e rapportarsi con le altre religioni; che sappia avere rapporti corretti con i poteri civili».

Luca Kocci il manifesto 15 marzo 2013

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