PIERO GOBETTI

PIERO GOBETTI

 

 

 

 

Piero Gobetti 1901-1926

Quella giovinezza febbrile bruciata nella passione politica

 

Tra sdegno e amare profezie, “una lotta continua contro tutto ciò che ci può irrigidire in un passato”

 

Quando è morto, Piero Gobetti aveva 25 anni. Era un giovane prodigioso, destinato a lasciare un segno nella cultura politica dell’Italia del ’900. Ad aiutarci oggi a penetrare nel segreto di questa giovinezza miracolosa ci sono anzitutto le lettere che si scrisse con Ada Prospero, sua moglie. Nel 1918 Piero e Ada avevano rispettivamente 17 e 16 anni. Abitavano entrambi in un vecchio stabile di via XX Settembre a Torino. Dal loro carteggio emerge il percorso di formazione di un adolescente che si costruisce una identità forte, pagando un prezzo molto alto in termini di solitudine e di energie consumate, bruciando la sua fiamma vitale in una febbrile giovinezza improvvisamente troncata dalla morte. «Credo di poter riconoscere», scriveva, «le mie qualità più innate in una fondamentale aridezza e una inesorabile volontà […]. Ho l’anima e l’inquietudine di un barbaro, con la sensibilità di un cinico; la storia non mi ha dato eredità di sorta; l’ambiente in cui son vissuto non mi ha offerto comunicazioni, non ha alimentato i miei problemi; non devo nulla a nessuno. Se ho voluto la storia me la son dovuto creare io; se ho voluto capire ho dovuto vivere…».

La propria realizzazione come uomo e come intellettuale fu per Gobetti un progetto di vita che non prevedeva attimi di rilassamento: una lotta continua («bisogna alla nostra precisione e maturità imporre la costanza di un’inquietudine, di un’inappagata ricerca, di una lotta continua contro tutto ciò che ci può irrigidire in un passato») che finirà solo quando Piero, estenuato, si lascerà andare per sempre.

Questo dato esistenziale si riflette anche sulla sua biografia intellettuale. Gobetti politico fu essenzialmente il teorico di una nuova classe dirigente, attento ai fondamenti etici dei meccanismi di selezione delle élite, strenuamente impegnato nella battaglia per il rinnovamento di un ceto politico sfibrato dalla lunga pratica dei compromessi giolittiani e pronto a capitolare, imbelle, di fronte al fascismo.

Il 13 settembre 1920, durante l’occupazione delle fabbriche che tante speranze aveva suscitato nel movimento operaio, così egli scriveva a Ada: «La rivoluzione che oggi si prepara non muterà, non può mutare nulla negli uomini, che saranno seri solo se si faranno tali nella loro intimità. Il solo problema che la rivoluzione può risolvere è dare o meglio preparare in parte una nuova classe dirigente. Si tratta di rinnovare lo stato, non la nazione […]. La rivoluzione non si fa in un giorno, o se si fa è una cosa ridicola».

Bisogna cambiare anzitutto se stessi per poter cambiare gli altri. Questa è la molla che lo spinge nei suoi progetti di rivoluzione liberale. La prima «zona libera» da creare è quella all’interno della propria coscienza. Tradotte in politica, queste posizioni sfociavano in una dura polemica contro il trasformismo, l’abitudine ai compromessi e ai «connubi» considerata come una sorta di tara ereditaria che aveva geneticamente minato lo Stato unitario fin dalla sua costruzione nel processo risorgimentale.

Durante la sua brevissima stagione di politico militante, nel movimento raccoltosi intorno alla salveminiana Unità, il suo impatto con la classe politica nazionale fu segnato da un impeto di sdegnato disprezzo. «27 settembre 1919. Visita a Montecitorio. M’è apparso di assistere alla catastrofe. Che questi deputati fossero mascalzoni, farabutti, cretini, cinici, piccoli, lo sapevamo. Sino al punto cui sono arrivati oggi, no […]. Dopo otto ore di buffonate e di vigliaccherie basse, schifose, si è giunti, in un Parlamento che dovrebbe rappresentare l’Italia, noi, capisci, in un’accolta di dirigenti, di élites, si è giunti a una rissa volgare a base di calci, pugni, sputi… Ci sono 90 probabilità almeno su 100 che si abbia il disastro. La rissa alla Camera prelude alle fucilate nel paese».

È troppo facile cogliere il carattere profetico di queste affermazioni. Ma non bisogna indulgere a una comoda attualizzazione delle sue parole. La sua intransigenza morale, la sua implacabile «aridità», la sollecitazione permanente a scegliere la parte con cui schierarsi, il rifiuto della mediazione e del compromesso sembrano appartenere in esclusiva ai tempi del «ferro e del fuoco» di quella lontana esperienza giovanile, impossibili da riciclare all’interno di una normalità politica che alle identità forti ha rinunciato per sempre.

Giovanni De Luna  La Stampa 11.2.16

 

 

 

Piero Gobetti, il peccato mortale dell’intransigenza intellettuale

 

1926-2016.  Il 15 febbraio di novant’anni fa moriva in Francia a soli 24 anni, a causa dei postumi di un pestaggio squadrista, colui che prima e meglio di tutti capì la vera natura del fascismo.

Piero Gobetti (Torino, 1 giugno 1901 ­ Neuilly-sur-Seine, Parigi, 15 febbraio 1926) è stato un intransigente, questo il suo vizio capitale in un paese come l’Italia dove i più non capiscono, o fingono di non capire, che vi sono tempi e circostanze in cui l’intransigente è il vero realista e il fautore dell’accomodamento è un povero illuso. Chi ha avuto ragione, alla luce della storia, quelli che hanno cercato fino a l l’ultimo l’accordo con Mussolini nella speranza di attenuarne le ambizioni eversive, o Piero Gobetti che fin dalla marcia su Roma chiamava alla lotta senza quartiere? Roma ­ scriveva nel 1924 ­ nacquero immediatamente almeno due antifascismi. Il primo era la resistenza dei battuti dal colpo di stato: l’antifascismo, per intenderci, dei vecchi democratici e liberali che erano stati ministri o ministeriali nel dopoguerra e dei filofascisti delusi. […]

Essi non sentivano una repugnanza di natura verso i vincitori, erano assolutamente alieni dal lavorare per un’altra generazione, provavano soprattutto ira e dispetto perché i loro calcoli erano stati sventati e si vedevano sfuggir di mano il potere. […] Non si trattava di oppositori, ma di disorientati. Nessuno si rendeva ragione della situazione storica che veniva a sboccare nel fascismo, si illudevano di trovarsi di fronte ad un fenomeno passeggero, che si poteva vincere con l’astuzia, con cui era opportuno trattare, collaborare, mettere delle pregiudiziali per negoziarle”. Nessuno dei così detti democratici e liberali, conclude Gobetti, “aveva capito che Mussolini non si poteva legare con i programmi, che egli avrebbe tradito tutti gli accordi, e dominato tutte le competizioni sul terreno dell’astuzia; che occorreva smascherarlo con un’i ntransigenza feroce”.

A mio giudizio aveva visto giusto Gobetti, e quell’”eticismo”, “elitismo” e “intransigentismo ” che gli hanno imputato quali sommi errori politici sono altrettante virtù da elogiare. Più di ogni altra elaborazione va apprezzata la sua convinzione che la lotta per la libertà in Italia avrebbe potuto avere qualche possibilità di vittoria solo se a guidarla fossero stati leaders che avevano la forza morale per resistere anche quando pochissimi erano disposti a seguirli. “Amici miei, la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti“.

Se Mussolini vinse, non fu perché ci furono troppi fanatici intransigenti, ma perché ce ne furono pochi. Gobetti è stato il primo a capire che il fascismo non era un episodio, ma “l’autobiografia della nazione”. Un’autobiografia, possiamo aggiungere, che deve ancora oggi narrare di antichi mali, primo fra tutti la mancanza di una “religione dell’autonomia e del sacrificio”che insegni il culto della dignità personale.La libertà in Italia è sempre stata fragile conquista perché sono fragili le coscienze.

Per questa ragione Gobetti ammoniva che “il problema politico italiano, tra gli opportunismi e la caccia sfrontata agli impieghi e l’abdicazione di fronte alle classi dominanti, è un problema morale”. Se il male è morale, il rimedio deve essere la riforma delle coscienze, vale a dire una riforma religiosa. Con l’aiuto di Alfieri e di Machiavelli, Gobetti riscoprì, con straordinaria finezza intellettuale, il Dio che comanda la libertà come principio morale e presupposto necessario della libertà politica. Come Alfieri riteneva che non ha senso alcuno “una libertà politica che non si fondi sulla libertà interiore ­intesa questa come forte sentire”e riscoprì il Dio che vive nel Cristo non maestro di umiltà, ma “creatore di politica libertà”.

Su questo Dio  Gobetti fonda “la religione della libertà”, contrapposta alla religione dei servi, che deve ispirare un popolo di cittadini capaci di lottare per la libertà perché devono, e non perché sicuri della vittoria. Una religione che “non è più conforto per i deboli ma sicurezza dei forti, non più culto di un’attività trascendente, ma attività nostra, non più fede ma responsabilità”. Come gli altri maestri dell’Italia civile, Gobetti è considerato uno sconfitto: un martire dell’antifascismo, ma pur sempre uno sconfitto perché le sue idee non hanno trovato seguaci. Sconfitto, giova rammentarlo, non è chi perde, ma chi si arrende. Gobetti non si è mai arreso e proprio la sua intransigenza è l’insegnamento migliore per chi non si rassegna a vivere da servo.

 

Maurizio Viroli         Il Fatto   13 Febbraio 2016

 

 

 

Il partigiano del dovere

 

Piero Gobetti e Ada Prospero

 

Non smette di suscitare ammirazione la figura complessa di Piero Gobetti (di cui in questi giorni si celebrano i novant’anni dalla scomparsa). La recente raccolta di alcuni suoi scritti, curata da Paolo Di Paolo e pubblicata da Feltrinelli (Piero Gobetti. Avanti nella lotta, amore mio! Scritture 1918–1926, pp. 220, euro 9,50), ripropone l’immagine di un intellettuale atipico, morto a soli 24 anni, con il fisico debilitato a causa delle percosse squadriste.
Allievo di Einaudi e di Salvemini, vicino a Gramsci e al suo «Ordine Nuovo», Gobetti s’ispira alle lezioni di estetica impartite da Croce. La poesia è il luogo privilegiato di un’interiorità che cerca chiarezza ed espressione. Per questo, il giovane torinese predilige l’«unità» dell’opera di Pirandello rispetto al bieco opportunismo del futurista Marinetti. Sostiene, inoltre, che i critici d’arte non possono occuparsi di questioni marginali, di schematismi e «sillogismi» vari, tralasciando colpevolmente l’autentica bellezza. Dai suoi brani trapela un insolito intreccio tra politica e amore. Il suo stile nervoso, da un lato, accompagna una forte ansia di riforme, dall’altro rende esplicito il suo incontro spirituale con Ada.

In politica occorre combattere, misurarsi di volta in volta con la religione del vizio, con chi non sente il valore «incrollabile» dell’intransigenza. In una guerra senza pause, chi depone le armi ha cessato di vivere. In amore è diverso. Chi ha la fortuna di incarnare il proprio ideale nel volto di «lei», raggiunge la pace. Ada, infatti, completa la dimensione di Piero.
Gobetti comprende di essere vivo perché la sua compagna lo protegge dalle intemperie dell’anima. Non si tratta della falsa tranquillità di chi interpreta il sentimento come un modesto ufficio o un’«abitudine di sopportazione». L’amore è un atto di fede che non si piega alle regole del tempo e del finito. Senza maschere, le due biografie si tingono di vero e non temono le sconfitte di domani. La politica mantiene, invece, un divario irriducibile tra il reale e l’ideale. L’uomo della verità soffre per il cinismo che caratterizza il ceto dominante.

L’ideale «religioso» di Gobetti è il movimento operaio. Solo le classi subalterne possono salvare un Paese soffocato dall’egoismo borghese. Di qui la sua fervida attenzione alla rivoluzione bolscevica e ai Consigli di fabbrica. Contro le dottrine del socialismo riformista e del pigro umanitarismo, la prospettiva democratica di Gobetti consiste in quel che già si diceva a proposito dei suoi affetti: «il palpito esultante ed inebriante della vita», l’azione che ricopre l’essenza di chi agisce, il bisogno di essere sempre se stessi nel continuo riscatto morale.
Egli reputa più attuale la teoria della lotta di classe di Marx rispetto all’ideale «nebuloso» di Mazzini. La sua passione libertaria per le masse si coniuga inoltre con un convinto richiamo alla riforma protestante: una riforma che l’Italia non ha mai conosciuto.

Il fascismo, per il fondatore di Energie Nove, non è altro che il linguaggio del male, l’arroganza di qualcuno e il servilismo di chi abdica alla sua dignità. Gobetti vi si oppone d’«istinto» e dichiara guerra ai tolleranti, a chi si fa risucchiare dalla contingenza, ma anche a chi studia oggi per opporsi (forse) in futuro. «Bisogna essere partigiani adesso!», tuona il «disperato sacerdote» del dovere. L’ignavia è complice delle dittature, qualunque esse siano.

 

Francesco Postorino   da  Il Manifesto  18  febbraio  2016

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