Matricola N.20478

liberi dall'ergastolo logo“Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni”

(Fëdor Michajlovic Dostoevski

matricola

 

 

Maria Grazia Greco

 

 MATRICOLA N. 20478IL CARCERE CHE SI PRENDE LA VITA

 

 Premessa

Questo mio lavoro intende proporsi come un ulteriore contributo finalizzato a far conoscere e a denunciare  la condizione inaccettabile in cui versano persone a cui le istituzioni dello Stato di fatto negano il diritto fondamentale della Dignità, che è propria di ogni essere umano.

Esplicativo è il titolo

 “MATRICOLA N. 20478 – IL CARCERE CHE SI PRENDE LA VITA

 Sono molti i reclusi che non reggono alle condizioni di detenzione a cui sono sottoposti, molti sono i casi di suicidio in carcere, molti di più di quelli riferiti dalla cronaca. E questa è già una negazione dello Stato di diritto e soprattutto è una sua sconfitta. 

Ma la negazione e la sconfitta più totale dello Stato di diritto sono le innumerevoli altre morti di carcere di cui nessuno sa nulla, di cui non si parla, di cui non si può parlare. Perché si può “morire di carcere” -e di fatto “si muore” di carcere- semplicemente trascorrendo quotidianamente  22 ore in una cella di dimensioni ridotte, nella maggior parte dei casi con altre 5-6  persone adulte, senza fare assolutamente  niente, in attesa solo di uscire in un angusto cortile  per le 2 ore giornaliere di ‘aria’.

 Perché questo libro

 Questo mio testo, richiamando l’attenzione soprattutto su questo aspetto della condizione delle persone detenute,  vuole essere un atto d’accusa nei confronti dell’istituzione carceraria italiana: un’istituzione che sostanzialmente, tranne alcune eccezioni e nonostante l’impegno serio di non pochi ‘addetti ai lavori’ (e parlo di direttori ‘illuminati’, di docenti e di operatori carcerari in genere),  non realizza di fatto il dettato costituzionale, che deplora e proibisce  i “trattamenti contrari al senso di umanità” e  che vuole come scopo principale della pena la riabilitazione di chi ha sbagliato e il suo reinserimento nella società. La struttura carceraria, al contrario, sembra operare in vista della mortificazione, della disumanizzazione, di una vera e propria spersonalizzazione del detenuto.

Ho lavorato come docente a Rebibbia nell’anno scolastico 2009-2010: sono stata io stessa a richiedere una sede che immaginavo difficile dal punto di vista professionale, ma anche e soprattutto dal punto di vista personale ed emotivo. Del tutto ignara com’ero della situazione reale, mi ero preparata con grande impegno,  didatticamente  ma soprattutto  psicologicamente: se da un lato avevo concepito una serie di proposte didattiche che potessero risultare interessanti ma soprattutto utili ad alunni reclusi, dall’altro lato avevo lavorato su me stessa in vista del  controllo assoluto dell’emotività e soprattutto per rimuovere ab origine ogni  possibile rischio di  ‘caduta’ nella commiserazione o peggio nel pietismo  che la condizione di coloro che sarebbero stati i miei alunni avrebbe potuto indurre. Mesi di elaborazione progettuale e contestualmente una sorta di training autogeno, quindi, perché volevo, profondamente, sinceramente prepararmi per  avere qualcosa di valido da proporre a persone che, scegliendo di frequentare un corso di studi in carcere, dovevano -secondo me- necessariamente essersi posti nell’ottica di tracciare per se stessi un percorso da seguire in  vista della fine della loro pena detentiva: volontà di elevazione culturale e intellettuale, dunque, e contestualmente volontà di reinserimento nella società con l’ottenimento di un titolo di studio che li avrebbe posti nelle condizioni più idonee, una volta scontata la pena, a cercare un’occupazione e a iniziare una nuova vita.

Favole! Chiacchiere! Balle!

Sono bastati pochi giorni a Rebibbia per rendermi conto che tutto il mio lavoro di preparazione a un anno scolastico particolare, tutta la preparazione psicologica personale, ma soprattutto tutte le mie aspettative in senso costruttivo avevano origine e si erano sviluppate  su un piano del tutto  ‘ideale’ e personale. Un piano completamente  diverso dal piano della realtà del carcere, della vita e della scuola in carcere.

La denuncia come  dovere civile

 

 La situazione vergognosa delle carceri italiane è una realtà indegna di un paese civile e di uno Stato di diritto, deprecata e sanzionata perfino a livello internazionale.

Non si può ignorare o far finta di ignorare ciò che le cronache riferiscono quotidianamente su questo scandaloso problema.  Se poi a questo si aggiunge, come è stato per me,  un’esperienza diretta, inevitabile e doverosa è la denuncia.

E la mia indignazione deriva infatti, si radica  e si rafforza ogni giorno di più, da ciò che mi ha lasciato  l’esperienza  vissuta come docente  nel carcere di Rebibbia.

Un’esperienza che sedimenta dentro, ma che ho sentito il bisogno di comunicare  e di  condividere anche con gli altri.

Un’esperienza molto importante, che mi ha lasciato un  cumulo di stati d’animo, di emozioni, di vere e proprie agnizioni che non possono non incidere profondamente, che rimangono e sedimentano dentro anche quando -come purtroppo ho dovuto fare io- si rinuncia a proseguire un’esperienza di insegnamento in carcere. Un’esperienza che però, come ho detto, rimane dentro e con cui si deve fare i conti. E i girasoli che un detenuto ha dipinto per me ogni giorno me lo rammentano, se pure ce ne fosse bisogno.

Un’esperienza che però sarebbe sterile e inutile se non servisse almeno a far sapere cosa sia davvero la realtà del carcere a quelli che sono ‘fuori’ e che da fuori valutano in modo per loro logico e consequenziale,  senza però avere gli elementi necessari per poter giudicare una realtà sconosciuta e inimmaginabile.

Ecco perché ho scelto di riferirne, mettendo in gioco la mia esperienza personale che è stata e rimane ancora fondamentale e formativa per me come persona e come cittadina, nella speranza che possa essere per altre persone e per altri cittadini un contributo di conoscenza riguardo a una situazione di cui sarebbe troppo facile e ipocrita tacere.

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