La virtù repubblicana

 

La virtù repubblicana

 

L’ultima uscita della Collana “Idòla” di Laterza è il pamphlet di Paolo Flores d’Arcais “La democrazia ha bisogno di Dio. Falso!”. Con una prosa serrata l’Autore argomenta la sua tesi: «in democrazia, e finché resta democrazia, nessun Dio può intromettersi, metter bocca, metter logos». Ma senza Dio cosa c’è a sorreggere l’edificio democratico? Quello che l’Autore chiama l’ “ethos repubblicano”, ossia un patrimonio minimo di valori in cui centrale è l’idea di eguale dignità di ciascun cittadino. Un ethos che – secondo l’Autore – non ha nessuna pretesa di universalità poiché il suo unico fondamento è una decisione. A voler esemplificare, la nostra “decisione” di rendere imprescindibile la tutela della libertà e della dignità della persona è iscritta nella Costituzione italiana ed è stata di recente rinnovata nella Carta dei diritti fondamentali dei cittadini europei. 

Per essere più chiari, affinché la democrazia «funzioni priva di fondamenti, ogni cittadino deve vivere, effettivamente e quotidianamente, le istituzioni repubblicane che ci rendono liberi/eguali come sua prima e personale cura, facendo della virtù repubblicana il mood dominante della propria esistenza, soggiornando in se stesso ogni possibile primato di appetiti privati e altri animal spirits» (p.26). Guardiamoci intorno, riflettiamo per un momento: in Italia esiste un attaccamento alle istituzioni repubblicane tale da indurre chiunque a mettere al primo posto l’interesse collettivo e il rispetto della dignità della persona? Sembra una domanda retorica, ma ce lo dovremmo chiedere davvero, ricordarlo a noi stessi ogni giorno, qualsiasi sia il nostro ufficio. Questo consentirebbe di acquisire almeno due grandi vantaggi immediati. Prima di tutto, la finiremmo di concentrarci su cosa dice o non dice il Papa o uno dei tanti Cardinali.

 Intanto diamo ascolto a certe sirene, in quanto non siamo – tutti e ciascuno – concentrati sull’essenziale, ossia sul fatto che i valori che ci tengono uniti non abbisognano di alcun fondamento trascendente. È mai possibile che sia il Papa a dover stigmatizzare chi ruba allo Stato per donare alla Chiesa? O che un Cardinale debba ammonire che inquinare è peccato? Questi comportamenti sono anzitutto reato e chi li compie, ancor prima di essere punito a norma del codice penale, dovrebbe essere isolato nel contesto sociale in cui opera. In secondo luogo, avremmo una chiave di lettura nuova per le vicende che la cronaca ci offre in abbondanza. Potremmo in altre parole valutare in senso critico se certe prese di posizione o certi comportamenti sono o meno funzionali alla realizzazione di quel progetto di società che è iscritto nella Costituzione. La vicenda della Ministra Cancellieri sul caso Ligresti è in tal senso emblematica. Il suo discorso, pronunciato in Parlamento, non è stato altro che la confessione di un sistema, nella gestione delle carceri italiane, in cui lo Stato di diritto è del tutto mortificato: ciò che dovrebbe essere una pretesa, ossia la tutela della dignità di cui chiunque – anche in carcere – deve poter godere, è diventato un privilegio, concesso bonariamente dal potente di turno.

 E là, mentre confessava un’assoluta atrocità dal punto di vista della nostra Carta fondamentale c’era l’intero governo, schierato a significare la condivisione di un sistema che dovrebbe ripugnare a ogni democrazia matura. È stato l’epilogo di una vicenda inqualificabile. Un finale che voleva essere toccante, come quella pacca sulla spalla della Ministra – a dire che il peggio era passato – del Presidente del Consiglio, e che invece ci ha messo di fronte ancora una volta al vero problema del nostro Paese: lo scarso senso dello Stato e della legalità. Nella stessa prospettiva si potrebbe considerare il linciaggio a cui è stata sottoposta Lidia Ravera, per aver ricordato all’opinione pubblica che l’obiezione di coscienza dei medici (cattolici), è un oltraggio alle leggi dello Stato, giacché di fatto la legge 194 in molte Regioni non è applicabile a causa dell’inesistenza di sanitari disposti a svolgere il proprio lavoro. Tutto questo mentre la Corte costituzionale francese dichiarava che un sindaco non può impedire la celebrazione di un matrimonio tra persone dello stesso sesso per ragioni di coscienza.

 Qui non interessa tanto riflettere sul perché in Francia e in Italia la stessa questione (la possibilità di obiezione di coscienza da parte di pubblici funzionari) viene presa in considerazione in modi diametralmente opposti. Piuttosto occorre sottolineare il peso che nelle due vicende ha avuto l’idea che sia necessario garantire ai cittadini l’effettività dei propri diritti senza che interferiscano ragioni di carattere religioso. Dovremmo avere il coraggio di ammettere che non è vero che nel nostro Paese vi sia un primato del diritto. Viviamo in uno Stato di diritto solo sulla carta. Se fosse altrimenti, le cronache non ci racconterebbero ogni giorno episodi di negazione assoluta della dignità delle persone, siano esse italiane o straniere. Di esempi al riguardo se ne potrebbero fare tanti. Da ultimo, ricordo la vicenda del disabile svedese, segnalato all’autorità giudiziaria per interruzione di pubblico servizio. E ciò solo perché ha protestato fermando un treno per poco più di mezz’ora, dal momento che sul convoglio mancava un sistema che gli consentisse di salire a bordo. Un Paese che non si attrezza per garantire a tutti un’esistenza libera e dignitosa non può pretendere di sottoporre a sanzioni penali chi lotta per la libertà e la dignità di tutti.

 In quella lotta del singolo c’è la cura di un interesse che appartiene a tutti. Il diritto penale serve a reprimere condotte che sono nocive per la collettività, non a scoraggiare la diuturna lotta per la libertà e la democrazia. Se davvero vogliamo un Paese migliore, dovremmo smetterla di preoccuparci dell’ingombrante presenza del Vaticano e concentrarci nel pretendere che tutti (ma proprio tutti) mettano al primo posto l’interesse collettivo, nel rigoroso rispetto della dignità della persona. Nei Paesi del Nord Europa un proverbio dice che se ognuno tiene pulito l’uscio della propria casa, tutta la città diventa pulita. Non riesco a pensare a un’immagine che in modo più icastico rappresenti lo sforzo collettivo a cui siamo chiamati e al contempo la responsabilità che ognuno prima è chiamato ad assumersi.

 

Francesco Bilotta      13.11.2013   in  http://www.italialaica.it/

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