La moschea della Biennale di Venezia

 

Da Editoriale de italialaica news n. 14/2015

 

 

LA ‘MOSCHEA’ DELLA BIENNALE A VENEZIA

 

Di Sandro G. Franchini | 15.05.2015

 

La vicenda della ‘moschea’ allestita in una ex chiesa di Venezia ha certamente un intento provocatorio che, è evidente, ha ottenuto il risultato desiderato. Non entro in merito agli aspetti giuridici della questione, anche se mi pare strano che un edificio che non è più ufficiato da oltre 40 anni, adibito a magazzino, dove non vi è più alcun segno devozionale, e di proprietà privata, possa essere ancora ritenuto ‘sacro’ (vedi codice di Diritto canonico 1212). Inoltre mi pare che si stiano alterando i termini della questione ‘sacralizzando’ un edificio che non è più tale da 40 anni e una ‘moschea’ che non mi risulta essere per niente tale, essendo un evento espositivo della Biennale. Certo è che, parlando di religione, se c’è chi riesce a trarre da sé il meglio, c’è anche chi butta fuori il peggio. Quando si invocano i principi cristiani come identitari della nostra cultura e così impedire agli altri di poter costruire un luogo dove pregare nella loro fede, si mostra il peggio della strumentalizzazione di una fede e si avvilisce il cristianesimo. La pseudo-moschea veneziana è riuscita a mettere il dito nella piaga viva dell’intolleranza che può nascondersi così spesso negli ambienti religiosi di tutto il mondo. Dopo le tragedie delle guerre di religione e le atroci sofferenze inferte agli eretici o a chi non condivide la stessa fede, non siamo ancora pronti a rispondere a una sfida che il nostro tempo ci sta ponendo davanti con drammatica urgenza. Per venire a noi: come dobbiamo rispondere a chi chiede di pregare nella sua religione in un luogo per lui sacro? Continueremo a rispondere di no o a fargli la vita difficile, magari appellandoci, come fa la Lombardia, a regolamenti edilizi? Solo pochi anni fa sarebbe stato difficile prevedere l’acutizzarsi dei problemi posti oggi alle comunità locali e nazionali dal confronto di culture e di religioni diverse, nel contraddittorio fenomeno che vede, da un lato, l’affermarsi, di una sempre più capillare secolarizzazione e, dall’altro, l’acutizzarsi di sensibilità religiose, ridestatesi sia per rispondere alle mai spente esigenze di valori trascendenti, sia per le strumentalizzazioni che ne vengono fatte da forze politiche ed economiche, troppo spesso assecondate e favorite da autorità religiose e da gruppi senza scrupoli, a fini identitari e, quindi, generatrici di intolleranze che, come stiamo vedendo in alcune parti del mondo, si spingono fino al più crudele fanatismo. A complicare il quadro è che la diversità di religione, in questi ultimi anni, si è sempre più associata alla diversità culturale, sociale ed economica dei vari gruppi, fenomeno reso drammatico dall’ondata migratoria che senza controllo si sta riversando sull’Europa, fenomeno cui si associa un recupero del valore identitario della religione, più precisamente della religione maggioritaria, in ciascun paese: il cattolicesimo in Italia e in altri paesi europei, l’ortodossia in Russia, l’islam in Oriente, e via dicendo. Come scrive Silvio Ferrari, il disorientamento provocato dalla globalizzazione, dall’immigrazione e più in generale dal declino del Vecchio Continente sul palcoscenico mondiale ha fatto riemergere in larga parte della popolazione l’esigenza di ritrovare le proprie radici culturali e spirituali nella tradizione religiosa di ciascuna nazione o regione. Nel rapporto tra la religione e la politica, oggi assistiamo così a un’impressionante impennata delle istanze di carattere religioso e la politica, così incerta e insicura di se stessa anche per la lunga opera di delegittimazione che, in alcune aree, è stata condotta anche dalle forze religiose, non sa dare adeguate risposte. Solo la politica, e quindi lo Stato nelle forme di sovranità politica e di solidarietà sociale che dovranno essere riformate o reinventate, può e deve dare nuove ed efficaci risposte. I singoli stati nazionali non sono in grado di risolvere queste sfide, che vanno affrontate a livello delle grandi regioni che si stanno delineando nel mondo. Il pericolo può essere che, nella debolezza della politica e nell’incertezza istituzionale, queste cerchino nelle religioni la loro definizione di identità, delegando ad esse la provvista di contenuti e di senso da dare alle nuove realtà statuali. Questa strada condurrebbe alla rovina, all’insorgere di nuove teocrazie, allo schiacciamento delle libertà individuali e all’erezione di nuovi roghi. La società civile, e quindi lo Stato, non può stabilirsi in una comunità organica e ordinata senza stabilire un dialogo fattivo con le confessioni religiose presenti nel suo territorio, osservando un particolare riguardo alle chiese e comunità storicamente maggiormente radicate nella popolazione, ma al tempo stesso mantenendo tutte su un piano di sostanziale parità e, soprattutto, senza rinunciare al proprio ruolo ‘sovrano’ e laico, che lo caratterizza e che lo obbliga a stabilire la sintesi dei valori etici e morali che possano e debbano essere riconosciuti dall’intera comunità che è chiamato a governare. Questo non per indifferenza religiosa, non per misconoscimento del contributo che le singole fedi hanno dato alla formazione dei valori etici e culturali che caratterizzano la comunità, ma perché non è l’una o l’altra religione che lo Stato deve rispettare o favorire, ma l’esperienza religiosa in sé, in quanto capace, per i profondi valori che le religioni sanno infondere in tanta parte della popolazione, di dare un contributo essenziale alla felicità dell’uomo e alla crescita della società. In questa prospettiva, lo Stato laico, rispettoso delle religioni, ma fortemente consapevole della propria autonomia e delle proprie responsabilità appare essere oggi, nelle società multireligiose e multiculturali suscettibili di contrasti come di feconde integrazioni, l’unica forza capace di garantire la coesistenza, la pace e la libertà religiosa degli individui. –

 

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